Si stava meglio quando si stava peggio

Si stava meglio quando si stava peggio…

Questo è un assioma, non c’è dubbio, ma è anche dimostrabile. Elenchiamo pure tutti i malfunzionamenti del passato ma, per quanti siano, non raggiungono neppure da lontano quelli attuali.

Come sempre, quelli che parlano di più, sono anche quelli che sanno di meno. Persone che, allora, non c’erano, ma ne parlano perché vogliono nascondere la realtà di oggi, convinti che il progresso consista nell’avere e usare uno… smart phone!

Fanno politica, ma non sono politici, perché anche la politica è un’arte e non tutti nascono artisti, anzi.

Le belle parole sono soltanto dei mantra ripetuti da tutti i leader, pronti a salire sul podio a recitare la loro commedia e rapidissimi nell’aggrovigliare più che si può la burocrazia al fine di spillare denaro ai contribuenti e perfino a chi sogna di avviare un’iniziativa commerciale, con una serie infinita di veti e di obblighi onerosi, adempiuti i quali, sono finiti i soldi per mettersi all’opera.

All’estero…

Negli altri paesi d’Europa, se si vuole avviare un’attività Si stava meglio quando si stava peggioimprenditoriale, dopo aver avvisato, con un’e-mail l’ufficio competente del proprio progetto, si è invitati allo sportello in cui si ritira un documento con un numero di codice, generalità e poco altro, con questo in mano, si può incominciare a lavorare. Il vantaggio dell’informatica, dell’uso di reti come internet, eccetera, ha permesso di snellire ulteriormente la burocrazia. Quasi ovunque, tranne che in Italia. Sì, perché qui vivono due burocrazie parallele, una cartacea e una informatica, che però – come tutte le parallele – non s’incontrano mai.

Dio salvi chi lancia l’idea di una maggiore snellezza delle pratiche e trasparenza!  Se gli va bene, è accusato di nutrirsi di utopie o d’incapacità… e questo implica che, la proposta alternativa, sia l’esatto contrario: non bisogna essere onesti né corretti. Purtroppo, il malcostume è così radicato che non è facile combatterlo, è come la peste. Gli antichi bruciavano la città quando c’era un’epidemia incurabile.

Questi “peggioramenti” della vita attuale italiana sono il frutto di leggi ideate da svogliati ma furbastri rappresentanti del popolo al governo (anche se in possesso del magico telefonino) e scoraggiano le imprese, determinando inevitabilmente perdita di iniziative, di posti di lavoro, di presenza sul mercato, di progresso. Si presentano e si ripresentano: li abbiamo messi alla prova, hanno fallito e, per tornare, anziché ascoltare la democratica voce del popolo… si auto nominano. Stesse persone, stessi errori ma non dimentichiamo che, se errare humanum est, perseverare autem diabolicum. È umano sbagliare, ma perseverare è diabolico.

Essere un politico significa anche respirare l’aria dei comuni mortali e comprendere alla svelta cosa non va, cosa serve, quali sono i veri problemi, perché se un popolo è in sofferenza mentre i governanti sguazzano  tra auto blu, voli gratis, retribuzioni da capogiro, qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare.  Mi chiedo: perché un italiano, imprenditore o impiegato, non dovrebbe cercare una vita migliore altrove? Così incominciano l’emigrazione e l’immigrazione, fenomeni che sono nati in un lontano passato e hanno fatto l’America, del Nord e del Sud, l’Australia e, molto tempo prima, l’Europa. E questi fenomeni turbano la vita degli autoctoni, perché, in sostanza, si traducono in una vera e propria guerra, non dichiarata.

Evidentemente il malgoverno c’è sempre stato, con o senza lo smart phone, ma la reazione è sempre stata una Rivoluzione che ha giustiziato colpevoli e innocenti, senza distinzione. Anche nei tempi in cui si dice che stiamo meglio.

Quando si stava peggio…

Quando si stava peggio, per esempio, i politici erano intelligenti, preparati, colti. Con questo non si vuole dire che fossero perfetti, ma certamente erano molto più coerenti di quelli di oggi. Avevano i loro Si stava meglio quando si stava peggiovantaggi a governare, logicamente, ma si assumevano anche delle grosse responsabilità verso i propri elettori, si arrovellavano perché il popolo fosse contento e non avesse di che mugugnare. Perché allora, era il popolo a votarli oppure no. Oggi non si vota più.

Ai tempi del peggio, chiunque aveva il diritto di spiegare i suoi errori, i suoi problemi, ora l’interlocutore è un sito in cui c’è solo una strada: il finale è che si ha sempre torto. E, a quei tempi, la “ professionalità” pagava, perché se una persona prendeva seriamente il proprio lavoro, riceveva un riconoscimento e, se non si trovava bene in quell’azienda… gli bastava aprire qualsiasi quotidiano per trovare centinaia di proposte di lavoro di ogni tipo e in ogni luogo, con un ventaglio di alternative più che soddisfacenti.

Quando si stava peggio, tutti gli italiani riuscirono a comprarsi una casa, a volte due, un’automobile, quasi sempre due e poi… tutti i comfort del mercato, due o tre televisori a colori, elettrodomestici, vacanze, viaggi all’estero. Oggi… chi ha una casa, spesso, pensa di venderla e andare in affitto, perché i costi, diretti e indiretti del possedere una piccolissima proprietà si sono fatti pesanti, talora insopportabili. Non per i politici, ovviamente.

Certo, allora, non avevamo gli sms, scrivevamo lettere agli amici e alle fidanzate… ma, forse, si vivevano momenti d’emozione e autentica felicità, che oggi non esistono più e… che, spesso si vanno a cercare  nella violenza. Oggi possiamo comunicare con tutto il mondo in pochi istanti con messaggi criptati che sembrano giochi enigmistici o sigle di detersivi. Si è perso l’amore per l’arte, per il buon gusto, ci si veste come straccioni… e straccioni siamo diventati.

Promesse da marinaio.

I politici ci promettono cose che non possono darci e che, invece, i predecessori dei tempi del peggio, ci consentirono di raggiungere ma, questa, è l’era della menzogna: la verità brucia. Persino le previsioni del tempo devono essere addomesticate per non intralciare i piani turistici dei vacanzieri!

Moltissimi anni fa – ero una ragazzina – fui invitata da amici a partecipare ad un gioco con le carte, dalle regole piuttosto complicate. Con grandi riflessioni prima di ogni mossa, cercavo di cavarmela, ma… se vincevo, c’era il “capo banda” che tirava fuori un’altra regola del gioco con un discorsetto del tipo: “Ah, mi ero dimenticato, ma in questo caso non vale la regola che ti ho spiegato perché ce n’è un’altra…” e via così, con una serie di circostanze che vanificavano il mio punteggio. Dopo una decina di volte di questi aggiornamenti poco convincenti, mi arrabbiai e chiesi di scrivere le regole su un foglio e che, giuste o sbagliate che fossero, si rispettavano quelle e basta. Il “capetto”, allora, si rifiutò di continuare e si scoprì che non conosceva assolutamente quel gioco, ma voleva solo vincere contro i poveri ingenui!

 

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Loredana Reppucci, laureata in matematica e fisica, è stata una delle prime donne a intraprendere una carriera nel settore dell’informatica, presso aziende tra le più prestigiose d’Italia (Piaggio aeronautica per progettazione aerei, Italcementi per controllo informatico di processi industriali, consulente IBM per aziende manifatturiere, ed altro). Ha collaborato e collabora (da oltre 50 anni!) con diverse riviste letterarie (enigmistica classica) ed ha ricevuto da queste numerose medaglie d’oro come miglior autrice dell’anno. Attualmente, colla-bora con il giornale on-line di Milano “ItaliaPost”, con una rubrica settimanale “Scienza e Tabù” (www.italiapost.info). Dal mese di aprile, collabora con il magazine “Bergamo up”, con una rubrica scientifica un po’ provocatoria: “Miti e Scienza”.Manager, consulente, imprenditrice nel settore su pro-getti di rilevazioni e analisi della spesa sanitaria nazionale (consulente del Ministero della Sanità, ecc.), si dedica ancora, sporadicamente, a progetti informatici, anche se da sempre ha l’hobby di scrivere.

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